Solo per dirvi che no, non ho smesso di scrivere!
Il blog A ruota libera è stato ospite per un mese del portale Turismo in Liguria, blog La Liguria racconta: ottima esperienza, che ha fruttato tanti nuovi lettori.
Grazie!
Qui i link:
I capelli che sanno di vento di Giulia
La bici, il Bigo e il Bruzzu di Ilaria
Riportarsi a casa in bicicletta di Giulia
Apricale che non direste di Giulia
Come se non bastasse, gli Amici della Bicicletta di Genova recensiscono il blog sul sito Fiab e gli dedicano due pagine intere sul trimestrale "...e adesso pedaliamo": grazie!
http://www.adbgenova.it/index.php/news-dal-ciclismo-urbano
domenica 27 aprile 2014
venerdì 14 marzo 2014
Bicibondage. Ovvero come ti lego al portapacchi qualsiasi cosa
di Giulia Cocchella
Se anche a voi capita di aprire il frigorifero e di trovarci una carota, oppure un quarto di verza, oppure un cubetto di lievito (senza, beninteso, che abbiate della farina in casa), se anche il vostro frigo vi riserva panorami di lande desolate, tanto che potreste staccarlo e farne un miglior uso come scaffale per i libri, ecco, se capita anche a voi, l'unica soluzione è una pizza d'asporto.
Ma perché ordinarla da casa, quando la pizzeria è sulla via del ritorno?
Per portarvi a casa una pizza vera e propria vi servirebbe un portapacchi oversize e in ogni caso ve lo sconsiglio perché se dovete affrontare dei tratti in salita, sicuro seminate olive e carciofini lungo la strada (passano, infingardi, dai buchi nel cartone).
Scegliete piuttosto un calzone!
Il mio pizzaiolo preferito me lo fa come voglio io, senza prosciutto e con in cambio i funghetti, e me lo consegna in un cartone 17x33x8, quindi molto più piccolo di quello della pizza, e più alto.
Con un paio di elastici con i ganci lo fissate al portapacchi che è una meraviglia, e se proprio siete ansiosi e temete di perdervi la cena per strada, di elastici potete pure usarne tre, per immobilizzare il cartone anche nel senso della lunghezza, facendo passare l'elastico tutto attorno al portapacchi.
Magari vi ho raccontato delle ovvietà, magari ciclotrasportate calzoni e involtini primavera da che eravate bambini, o siete avvezzi a ben altre pratiche, che fanno un baffo al bicibondage, ma nel dubbio...
Bene, buon appetito, mi mangio il mio calzone.
Più tardi, metterò Proust nel frigo.
martedì 4 marzo 2014
Scattisti
di Giulia Cocchella
Uno scatto è un aumento rapido e improvviso della velocità, un moto del corpo e insieme dell'intenzione, se volete un desiderio di accelerazione che si fa movimento. Quando Giovanni Battaglin faceva girare forte i pedali, i cronisti di allora dicevano che i suoi scatti seminavano quasi una forma di paura, di sgomento.
Ma uno scatto è anche il lavoro caratteristico dell'otturatore, che si apre e si chiude - click - facendo entrare la luce nella macchina fotografica quando decidiamo, appunto, di scattare una foto.
A voler essere curiosi, scattare deriva dal latino volgare excaptare, cioè portare via, liberarsi da uno stato di tensione.
Come sono affascinanti, le parole.
Domenica siamo stati tutti scattisti. Nel senso fotografico.
Il primo appuntamento di Foto in Bici è stato a Principe, per raggiungere in bicicletta il Cimitero di Staglieno e accompagnati da Emanuela, la nostra guida, esercitarci sul tema del ritratto.
Premesso che le foto in posa sono stucchevoli, è pur vero che se il soggetto sta fermo la foto difficilmente risulterà mossa. Ora se procedete per sillogismo socratico o anche per facili deduzioni - partendo dal principio che i morti non si muovono e le statue dei morti ancora meno - capirete senza fatica perché Domenico ha scelto di portarci qui.
Domenico fa foto per lavoro, e per piacere. Ha progettato questo ciclo di incontri che coniuga bici e fotografia con l'intenzione, credo, di mettere insieme due modi diversi ma simili di rinnovare lo sguardo, di misurare lo spazio.
In bicicletta si riscopre la lentezza e il piacere di spostarsi da un luogo all'altro con le proprie gambe, si sentono i profumi, si apprezzano i colori, si riconoscono le stagioni dalle ombre che le case proiettano sulla strada (si capisce finalmente, volendo esagerare un po', l'entusiasmo che dovette spingere Monet a dipingere decine di volte la stessa Cattedrale di Rouen nelle diverse ore del giorno).
Una macchina fotografica tra le mani impone attenzioni simili: la riscoperta della qualità della luce, l'osservazione di ogni dettaglio come fosse nuovo, l'abbandono del qualunquismo cromatico che hanno gli adulti (quello per cui i bambini ci rimproverano: non è rosso! è arancione scuro!). E poi lo scatto, sì proprio lui, l'istante in cui decisione e azione si fondono senza ripensamenti e sentiamo: è questo il momento.
Il gruppo facebook si riempie di fotografie e non importa che siano state scattate con il telefono o con una reflex digitale di tutto rispetto, importa quello che c'è dentro.
Un paio di foto ovali di una coppia senza nome (foto di una foto)
Una mano che tasta l'aria ma non ha più dita per farlo (foto di un dettaglio assente)
Una donna che esce da una porta (foto di un passo nel suo eterno compiersi)
Un angelo con le ali spezzate (foto di un volo desiderato)
Una lacrima di pietra (foto di un dolore eterno, scavato)
Una resta di nocciole vera, allacciata al polso di pietra di Caterina (foto della vita oltre la morte)
sabato 8 febbraio 2014
Un altro modo è possibile
di Giulia Cocchella
La storia a volte è fatta di coincidenze sorprendenti, frutto del caso, se volete tagliar corto, o conseguenza della sincronicità, se siete junghiani irriducibili. Qualunque opinione abbiate in merito, è un fatto che alcune cose accadono insieme. E non è che possiamo far finta di niente.
Anno 1885: l'inglese John Kemp Starley costruisce la seconda versione della bicicletta Rover, ovvero la prima bicicletta moderna, con telaio chiuso, trasmissione a catena, ruote a dimensione parificata e sistema frenante a manubrio. Siamo in Inghilterra, nello stesso anno, negli stessi giorni, in Germania, Gottlieb Daimler e Carl Benz mettono a punto il motore a scoppio della prima automobile.
Questa contemporaneità significa almeno due cose: che l'automobile non è un derivato della bicicletta, cioè non segna una tappa evolutiva successiva nella storia dei trasporti, e che la bicicletta non è figlia di uno spirito contestatario ecologista (che sarebbe stato anacronistico a quei tempi, tra l'altro).
Perciò se volete tagliar corto dite pure che è un caso, ma nel 1885 l'uomo si è trovato a poter scegliere tra due possibilità, quanto e come utilizzare due invenzioni di grande portata.
Ha vinto la macchina, è chiaro. Le città si sono progressivamente rese adatte al transito delle "capsule individuali di accelerazione", come le chiama Ivan Illich, e sempre meno adatte ad altri tipi di transito, fino ad arrivare al paradosso delle aree pedonali, in cui l'uomo pedone, quello senza corazza, può muoversi in sicurezza.
L'uomo è cambiato, ha ampliato il suo raggio di azione, e la possibilità di percorrere in breve tempo lunghe distanze ha fatto del trasporto un'industria, della velocità un valore capitalizzabile. Fino a quando? Qual è la soglia critica?
Illich - ed erano gli anni '70 - affronta concretamente il discorso parlando di wattaggio pro capite e definendo i quanta critici di energia incorporati in una merce.
Serge Latouche riporta come attendibili due date a noi molto vicine: l'esaurimento definitivo delle risorse non rinnovabili, stimato attorno al 2030, e il crollo per inquinamento nel 2040. Certo non ci sono solo le auto, ci sono anche. Certo bisognerebbe smantellare tutto il sistema, bisognerebbe che le linee guida del sistema fossero condivise da tutti, singolarmente. Come si esce dalla società dei consumi, Latouche ha dedicato più di un libro a questo argomento. Come si esce? In bicicletta. provocatorio? Sì. Insufficiente e visionario? Quanto basta. Però è qualcosa, un gesto, un modo altro che si oppone all'abitudine, al "si è sempre fatto così".
Di recente negli Stati Uniti si sono perfino accorti che la bicicletta - l'industria della bicicletta, il ritorno d'investimento sulla ciclabilità, i risparmi in termini sanitari - costituisce un vero e proprio settore economico in rapida crescita. Bikenomics, l'hanno chiamato.
A me queste cose dispiacciono, non lo nascondo. Trovo deludente che per valutare la "bontà" di un nuovo fenomeno come il ritorno alla bicicletta si debbano ancora utilizzare le vecchie categorie di giudizio (senza contare che, pur non avendo dati alla mano, mi sento di affermare che molti tra i ciclisti urbani vorrebbero un'altra economia, diversa da quella obsoleta e fallimentare che ancora stiamo tenendo in vita), ma purché serva...
Chissà dove stiamo andando. Nel dubbio, lasciamo a casa la macchina e andiamoci in bicicletta.
Chissà dove stiamo andando. Nel dubbio, lasciamo a casa la macchina e andiamoci in bicicletta.
"La gente ha creduto per secoli che i corsetti fossero indispensabili, che mangiare frutta facesse male, che lavarsi allontanasse i buoni umori e che il miglior modo per educare i figli fosse prenderli a sberle: poi ha smesso." Franco La Cecla
Bibi Bellini, L'economia che gira su due ruote, in Consumatori, Dicembre 2013
Ivan Illich, Elogio della bicicletta, Bollati Boringhieri, Torino 2006
Franco La Cecla, Per una critica delle automobili (postfazione a Ivan Illich, Elogio della bicicletta)
Serge Latouche, Come si esce dalla società dei consumi, Bollati Boringhieri, Torino 2011
domenica 26 gennaio 2014
Mettere i pedali ai piedi
di Giulia Cocchella
Dedicato a due amiche care, che da poco una e da pochissimo l'altra, han messo i pedali ai piedi
I pedali ai piedi sono molto meglio delle ali.
Non so se qualcuno di voi ha mai provato le ali, ma i pedali sono superiori. Con le ali subito si pensa di essere più belli, si fa amicizia solo con quelli che abitano i quartieri alti, tutti col naso all'insù, è chiaro, perché se si staccano i piedi da terra, la forza di gravità si attenua e abbandona la punta del naso al suo impertinente destino. Chi ha le ali ai piedi, chi ce le ha d'abitudine voglio dire, chi non le dismette mai, finisce per guardare tutto dall'alto, finisce per perdere le radici, guadagnando in cambio un equilibrio fluttuante. Senza contare che chi dice Arrivo! Volo! di sicuro ha il vizio della velocità.
Saranno meglio un paio di pedali?! Che poi, a leggere con attenzione, i ped-ali sono "ali ai piedi", letteralmente. Ma di una qualità più terrena, meno arcangelica.
Mi piacciono i pedali, perché sono il movimento che si fa visibile, perché contengono tutte le gite possibili, quelle che avete fatto e quelle che desiderate. Contengono nella loro memoria il primo giro di catena, se pioveva o c'era il sole quel giorno, se era mattina, pomeriggio o sera, se la strada era in piano, in discesa o in salita. Che cosa avete detto, se avevate le calze arancioni, se le scarpe erano comode.
Siano essi da corsa o da passeggio, in plastica o in carbonio, diventano un prolungamento delle vostre gambe, trasformando l'intenzione in viaggio, il pensiero in spostamento.
I pedali sono una cosa bella, non c'è niente da eccepire. E se vi capita che la mattina il cervello giri un po' più lento, pedalare imprime un movimento anche alle vostre idee, le fa più scorrevoli, con il vento dentro. " (...) molte delle migliori idee mi sono venute proprio in quei momenti di riposo fra cielo e mare o fra cielo e prato", scrive Margherita Hack delle sue pause solitarie durante le gite in bicicletta a Trieste. Se anche non vi occupate di astrofisica e la vostra vita vi richiede di risolvere problemi più semplici, i pedali ai piedi sono preziosi, vi mettono alla giusta quota tra terra e cielo.
martedì 10 dicembre 2013
Pedalando da Soul Kitchen
di Giulia Cocchella
Cibi e bici. Al primo sguardo solo un' inversione di sillabe.
Ma chiediamocelo: che rapporto c'è tra ciò che mangiamo e il mezzo che usiamo per spostarci?
La sto prendendo da lontano, ma il punto è che io e Ilaria, che siamo vegetariane, abbiamo deliberato di scorazzare in bicicletta per il centro di Genova e censire tutti quei ristoranti attenti alle esigenze di chi ha deciso di escludere dalla propria alimentazione carne e pesce.
Cosa c'entra con la bici, chiedete?
Intanto si tratta in entrambi i casi di una scelta, che per definizione comporta l'esclusione di altre possibilità, almeno nel momento in cui la esercitiamo. E poi credo che la questione fondamentale sia questa: coloro che scelgono la bicicletta - cioè un mezzo a zero emissioni di CO2 - e coloro che scelgono un'alimentazione vegetariana - cioè un modo di nutrirsi che vorrebbe limitare l'impatto dell'animale uomo sull'ecosistema - sanno e dimostrano di essere ospiti nel mondo al pari di tutti gli altri. Credo, in sostanza, che si tratti di due forme di rispetto, diverse e potenzialmente complementari, nonché di due valide pratiche di salute individuale.
Ma bando ai discorsi, è ora di cena!
Soul Kitchen ci piace perché ci piacciono le persone che ci lavorano. E poi perché si mangia benissimo, sempre.
Se arrivate in bicicletta, c'è un buon palo a cui legarla (sempre telaio e ruota davanti, mi raccomando) proprio lì vicino, appena arrivati in Piazza dell'Agnello.
Il menù non è esclusivamente vegetariano, ma riserva ogni volta un bel numero di piatti per chi non mangia carne e pesce. Qualche esempio? Il nostro pensiero va al tortino di melanzane, che ci è rimasto nel cuore e che invano Ilaria ha cercato di riprodurre a casa nei momenti di nostalgia gustativa; poi alle casarecce con broccoli, crescenza e nocciole, poi alla torta di mele e cardamomo...
La cucina, che rispetta le stagioni e i sapori liguri, l'ambiente caldo e accogliente, il pane fatto in casa, tutto vi fa venire voglia non dico di stravaccarvi, ma almeno di mettervi ben comodi sulla sedia e alzare il naso verso l'alto: mentre Ilaria mi elenca i suoi buoni propositi per l'anno nuovo, guardo estasiata (complice anche il vino) il lampadario fatto con le pentole e i paralumi scolapasta.
Volendo tralasciare tutte le argomentazioni di tipo antispecista, ecologista ed economico, sulle quali ciascuno può formarsi un'opinione propria, è un fatto che la dieta vegetariana fa bene alla salute.
Questo allegro piattino vegano
del quale non è rimasto nulla se non la fotografia e un dolce ricordo per le nostre papille, è ricco di proteine più facilmente assimilabili di quelle di origine animale.
Ci sono: orzo con le verdure, sushi vegetariano in alga nori, polpettine di ceci rotolate nel sesamo (buone!), polentine fritte da tuffare in salse piccanti e meno piccanti, tutte a base di verdure.
Parliamo un po' con Alessandro, prima di uscire: è lui lo chef che inventa i piatti veg, che ci svela con le sue creazioni le autentiche delizie del mondo vegetale, come dalla restrizione, per così dire, scaturisca la creatività.
Il si-è-sempre-fatto-così non è quasi mai un buon argomento, se stiamo parlando di cucina o di qualunque altra cosa, anzi è soltanto un contributo al trionfo del sistema dominante, sia esso ideologico o culinario. Ce n'è forse bisogno?
Siamo curiosi, non annoiamo le nostre papille! Siamo visionari, ebbri!
Pedaliamo, scardiniamo, smantelliamo le abitudini del palato e del pensiero!
Slegate le bici, ci rimettiamo in sella, parlando per un tratto di come sarebbe bello che Soul Kitchen fosse anche bike-friendly. Ma come si adotta una rastrelliera?
Dateci solo il tempo di raccogliere le informazioni necessarie e poi torniamo da voi, magari con una proposta e molto, molto appetito!
Grazie ai ragazzi di Soul Kitchen, per la consueta simpatia e per la disponibilità a raccontarci ricette!
sabato 7 dicembre 2013
La Ciclabile di Sanremo: bagnarsi due volte nello stesso mare
di Giulia Cocchella
Tornare due volte nello stesso luogo, bagnarsi due volte nello stesso fiume, direbbe qualcun altro, non è cosa possibile. Così la ciclabile di Sanremo mi è parsa diversa, a due anni di distanza: i suoi scorci, le terrazze sul mare, persino le gallerie. E se ciò che abbiamo già visto non ci sembra uguale a prima, è ancora più vero che ritornare apre lo sguardo, lo allarga a comprendere particolari nuovi, che proprio ci erano sfuggiti.
Subito a sinistra della prima galleria, per esempio, c'è una piccola stradina di ghiaia che due anni fa non avevo percorso. Una rastrelliera verde invita a legare la bicicletta e proseguire a piedi, ma decido di portarla con me.
L'orizzonte basso e soleggiato, più avanti, lascia supporre un panorama d'aria e di mare, che è davvero lì a pochi passi, ma il vento scuote forte le mie mani e quasi mi impedisce di fare foto.
è bella la ciclabile di Sanremo, di un fascino tutto suo, non dirompente, non compatto, ma disteso lungo i ventiquattro chilometri che da San Lorenzo portano a Ospedaletti. è la ciclovia più lunga che abbiamo in Liguria e se volete potete aggiungere qualche giro di ruota in più, una decina di chilometri circa, scendendo alla stazione di Diano e percorrendo l' "Incompiuta", una ciclo-pedonale che conoscono in pochi e che permette di raggiungere Imperia senza fare salite e guardando solo il mare, senza preoccuparvi del traffico.
Da Imperia, San Lorenzo è poco distante.
Si diceva all'inizio che proprio non ci è dato di fare due bagni nello stesso fiume, o nello stesso mare; così scriveva Eraclito, filosofo da magneti da frigo, oramai, ma che in realtà in vita fu misconosciuto perché parlava per oracoli e nessuno ci capiva un tubo. Non che lui desiderasse essere compreso. Trattandosi di un aristocratico, discendente del tiranno di Atene, pur allontanando da sé titoli e privilegi, non si esimeva dal disprezzare il prossimo.
Eraclito lo snob, diremmo adesso; Eraclito l'Oscuro, il Malinconico, lo chiamavano i suoi consecolani (VI a.C., anno di nascita incerto).
Quello che mi interessa di più è che anche lui è nato davanti al mare - Efeso, costa ionica - e se provo ad immaginarmelo quel mare, che deve pur avergli ispirato qualche pensiero, me lo immagino come questo.
Santo Stefano, Riva Ligure, Arma di Taggia, Bussana si susseguono senza variare di molto il panorama alla vostra sinistra - mare e ancora mare, a perdita d'occhio - e nemmeno quello alla vostra destra, più o meno verde, interrotto qua e là da case, orti di fiori, serre in uso e serre dismesse.
C'è una chiesa, a un certo punto, proprio sopra alla ciclovia, che merita una deviazione non fosse che per il piccolo giardino che la circonda e per l'ulivo che affianca il campanile.
Proseguendo ancora si incontra una terrazza panoramica in cui un locale che affaccia sul mare mette a disposizione delle originali rastrelliere montate su grosse bobine di recupero (e offre anche un caffè pessimo, che però la vista paradisiaca vi farà dimenticare). Se arrivati a questo punto aveste accidentalmente forato una gomma, un distributore automatico di camere d'aria vi porterà soccorso.
Per tornare a Eraclito, a un certo punto della vita, disgustato dai suoi compaesani e dal governo, portò via la sua saggezza e incominciò a vivere da eremita. Trascorreva le giornate a scrivere La natura (il cui testo era così limpido e la punteggiatura così curata che gli valsero il soprannome "l' Oscuro") e a nutrirsi di erbe e frutti spontanei che alla lunga gli procurarono qualche problema serio di salute. Però Eraclito era lucidissimo, magari altezzoso, magari cinico, burbero, malnutrito, ma assolutamente convinto delle sue idee sul mondo. "La più bella delle trame", se ne usciva a un certo punto, "viene formata dagli opposti, e tutte le cose sorgono secondo contesa". Oppure: "Tutte le cose sono un baratto in cambio del fuoco", elemento per eccellenza della trasformazione.
Mi guardo attorno: piante, fiori, foglie che adesso sono gialle e domani avranno ancora un altro colore, due ragazzi abbagliati dal sole, un dattero che un attimo fa era attaccato alla palma e ora è cibo tra le zampette di un topo.
Tutto scorre, anche se il sole d'inverno ha quella luce immobile che fa pensare che il giorno si sia fermato, che d'ora in poi saranno le quattro del pomeriggio per sempre.
Tutto scorre: scorre il panorama al ritmo del pedale, scorrono il giorno, le stagioni, le nostre stagioni.
Mi porto a casa una particolare nostalgia, che a pensarci bene è una parola greca, letteralmente il dolore del ritorno, il desiderio malinconico di ritrovare cose che si sono perdute.
Esiste il ritorno? è davvero possibile ritornare in un luogo, in uno stato dell'anima?
Non una volta, non due, non cento: nasciamo nuovi ogni giorno.
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